Dervenn “Gwad Roueel”

Dervenn “Gwad Roueel”


THE EASTERN FRONT (Isr.) Label’s description, 2012 :
Dervenn in Breton means «oak», the sacred tree of the ancient Celts. Wood is the matter of our instruments and our breath is the «wind that shakes the Barley»… even if we are living in the era of digital and numeric realities. The soul is still musical and deeply tainted by the landscape of Brittany, by the musicality of it, by the symbolism of it. Arthur, Perceval, Merlin, we still share their quest for truth and beauty when riding our cars… No commercial folklore, no infatuated «world» or «ethnic» music, no archeological mythology nor so-called traditionalism. Just our true modern Breton music. Beauty and breath of the arthurian past speaking a present day, but not vulgar, musical language. «Gwad Roueel» («royal blood») is the first act of the quest, a personal and emotional evocation, using both traditional «celtic» instruments (bag pipe, Breton oboe, transverse flute, Irish whistle and bodhran) and modern ones. Invention and respect of the past are the key words, poetry, melody and strength are the feelings one gets from listening to this musical travel through the lights and darkness of human quest for purity and beauty.


BRUTAL RESONANCE (Sw.) Webzine, October 4th 2012 :
The escape to the traditional roots is chosen by few individuals during the multicultural era by a free will; this pass saves the unique colors of the specific areas of our so diverse world and serves the needs of those people to express themselves through the prism of their cultural exploration. Dervenn is the conceptual act inspired by Breton mythology, ancient Celts and stories about Knights of the Round Table. With their first album ‘Gwad Roueel’ (“Royal Blood”) the band throws listener into the atmosphere of medieval markets, royal fists in ancient castles, knight tournaments and other kinds of middle ages entertainment. Using a huge variety of Celtic traditional instruments, bag pipe, Breton oboe, transverse flute, Irish whistle and bodhran, Dervenn masterly mix them with more common tools of modern times without losing the exact spirit of the music. Fast, almost danceable compositions like “Ar Sterenn Roue” or “La Queste” take turns with dreamy ballads telling stories and myths, uncovering glorious adventures of noble heroes. The poetical part of the album is very strong, emphasizing the beauty side of the local nature and its influence on Celtic mythology. Everything is very fluent in the album; all the neoclassical arrangements are built with a lot of passion and skill, giving on the way also a slight touch of emotional melancholia to the orchestration in general. But the weakest part of all, in my opinion, is a vocal session. I think that singer’s voice in all kinds of music is the same instrument like all the rest, guitars, drums or whatever, and here this instrument is simply not of the same quality and doesn’t fit into the compositions. First of all, its level is behind the level of the music and simply sinks in all the instrumental diversity, being a driven, but not driving force for the poetical lyrical background. And secondly, its lack of strength and its timbre keep confusing me during all the records’ run, leaving in the end a taste of imperfection of the whole creation. But even with this point of weakness, I am sure that this CD will find its grateful listeners in the field of neoclassical and medieval genre.
7/10 – Andrew Dienes


DARK ROOM MAGAZINE (It.) December 20th 2012 :
Sconvolge scoprire come un lavoro dello spessore di “Gwald Roueel” sia rimasto in naftalina per la bellezza di undici anni, e fa pensare a quanti altri gioielli stiano attualmente giacendo chissà dove… Già, perché questo act bretone (la pagina Facebook parla di quartetto) debutta solo ora per l’attenta label israeliana The Eastern Front, ma le note del booklet recitano chiaramente come questi pezzi siano stati registrati, mixati e prodotti fra il 1996 ed il 2001 dal polistrumentista Mazhe Gaël Broquerie e dal cantante – impegnato anche con percussioni e fiati – Thierry “Per-Roje” Jolif (noto per il suo progetto Lonsai Maïkov, ed anche autore di un bel lavoro in coppia con Gregorio Bardini) assieme ad un ristretto numero di altri collaboratori. Dopo undici anni possiamo dunque finalmente apprezzare l’arte di questo act, i cui cuore ed anima sono indissolubilmente legati alla regione della Francia d’appartenenza, la Bretagna: lo spirito antico, gli umori ed i colori di questa magnifica terra permeano sino in fondo il suono di Dervenn, alla maniera in cui il folk deve avere profonde radici nel suolo natio, se non vuole diventare solo uno stilema attraverso cui rileggere la classica forma-canzone (almeno per quella frangia di nomi che non hanno paura di rivendicare la fondamentale importanza dell’appartenenza più stretta). Con una strumentazione ampia, che spazia dai più classici piano, tastiere, chitarre (acustiche ed elettriche), basso e percussioni varie (fra cui il bodhran), sino a flauto traverso, oboe e cornamusa, i Dervenn ci deliziano con dieci brani di rara bellezza, dove il folk si spoglia di ogni velleità apocalittica ed abbraccia un pathos che può scaturire solo dal profondo amore per la propria terra e per la sua storia, regalando emozioni forti attraverso melodie senza tempo che colpiscono dritto al cuore. È un suono che profuma di tradizione e passato come pochi altri, già dall’iniziale “Thou Art Not The King”, arioso gioiello folk dalle melodie sublimi che accarezzano dolcemente, ove l’uso della chitarra elettrica, inserita alla perfezione nel contesto, ricorda finanche gli Anathema di “Eternity”. Una musica dal sapore antico, con Jolif eccellente e partecipe interprete vocale delle melodiose trame, ordite con estrema naturalezza, grande classe e gusto sopraffino, come la ballata “Ar Sterenn Roue” evidenzia bene nel suo piglio ritmico. Si è travolti da un turbine di sensazioni e visioni, e ci si perde fino ai secoli più lontani del Medioevo, per un passato che in queste note rivive con la credibilità che solo i migliori riescono a dare alla propria creazione artistica. La dolcezza dei suoni evoca i colori e i profumi della terra, mentre il pathos trasmesso dal canto e dall’intreccio degli strumenti non lascia scampo alle anime più sensibili: che siano l’intensa danza evocativa di “Banflaith” o i toni più dimessi e sofferti di “Marv Eo”, l’ispirazione è sempre presente e forte. Mai un reale cedimento nel songwriting dei Nostri (propensi a brani lunghi e magnificamente variegati), che inanellano picchi clamorosi quali l’appassionata “La Queste”, la maestosa “Une Terre Sans Roi” e l’incredibile strumentale “Le Cœur D’Or Au Cœur Du Royaume”, fino al culmine più logico, rappresentato da una rilettura dello splendido traditional bretone “Distro Merzhin”. Portano il già ampio minutaggio a sfiorare quota 80 un paio di versioni demo ed una rehearsal di due pezzi dell’album, che nulla aggiungono ad un lavoro il cui valore sta ovviamente nel dieci brani opportunamente registrati e prodotti. Parliamo di una vera e propria gemma che, se fosse uscita nel 2001, avrebbe lasciato il segno nella scena (neo)folk dell’epoca, e che oggi sarebbe davvero un crimine tralasciare in favore di nomi magari molto più blasonati, ma che lo spessore emotivo e la cifra artistica dei Dervenn se li possono giusto sognare… Solo 500 le copie prodotte, quindi – se queste sono le vostre sonorità – non indugiate: vi perdereste qualcosa.
8/10 – Roberto Alessandro Filippozzi


ALONE MUSIC (It.) Webzine, December 12th 2012 :
Dalla Eastern Front, il mondo della musica non finisce mai di stupirmi, anche dopo un po’ di tempo passato senza scrivere, ecco che tutt’ad un tratto si viene proiettati in un mondo diverso. Il disco che andiamo a esplorare è quello dei Dervenn, band bretone della quale si sa davvero ben poco, all’attivo da svariati anni nella scena musicale.Il loro genere è folk; un folk particolare, antico, melodico, soave e fedele alle proprie origini; senza l’ausilio di strumenti elettronici. Purezza e melodicità trascinanti e rilassanti dalla voce calda del cantante Ré che narra come un menestrello storie nella poetica delle proprie canzoni. Tutto l’album è un viaggio delle epoche medievali, tra castelli e boschi inesplorati.L’atmosfera è così percettibile in questo disco che sembra di viverla; e la intro “Thou Art Not The King” inaugura già l’inizio di una passeggiata all’interno di “Gwad Rouell” fatta di ballad, percussioni e chitarre armoniche. Un tributo alla propria storia quindi, eseguito a regola d’arte con amore e maestria da una band, che sicuramente verrà notata per la sua bravura. Credo se sentiremo parlare di più…
9,5/10


UNIDIVERS (Fr.) Journal, 2 Juillet 2012 :
Alors que l’on demandait à Peter Handke si La perte de l’image était un roman ou un récit, l’écrivain avait eu cette réponse étonnante : « Disons un roman médiéval inspiré par Perceval et Lancelot de Chrétien de Troyes, et aussi par Wolfram von Eschenbach. Il faut beaucoup d’énergie pour rouvrir ce chemin, mettre le monde là où l’on veut, car il existe une géographie des rêves. Je trouve moderne cette voie, sans être moi-même avant-gardiste. Comme personne d’autre ne fait ça, je me sens seul dans une voie d’une certaine manière rénovatrice. » Ces mots prouvent que la grande voie de la création occidentale n’est pas perdue, que le mythe du Graal oriente toujours la recherche de certains artistes élus qui, malgré leur esseulement, finissent par se rejoindre, comme les compagnons du Voyage en Orient, le mythique roman d’Hermann Hesse. Les musiciens Thierry Jolif et Mathieu Broquerie appartiennent à cette haute compagnie d’artistes ouverts à la queste. Pour montrer l’unité duelle de leur création, ils ont choisi de signer leur album « Gwad Roueel » d’un seul nom : Dervenn. Ainsi, ils vont « par deux », comme les disciples envoyés par le Seigneur sur le chemin (Luc. 10, 1) ou ces chevaliers du Christ, si pauvres qu’ils montaient à deux le même cheval. Pour eux, la table ronde est un mandala musical au milieu duquel se trouve Dervenn, le « chêne », l’arbre sacré des Celtes, symbole de l’axe du monde et, musicalement, de la tonique modale qui, alors que le chêne attire la foudre, capte l’énergie du son primordial. Le Graal est le signe de la beauté archaïque de l’Occident. Seul l’archaïque est moderne parce qu’intemporel, en lui se conservent toujours intactes, au fil des siècles, les vertus créatrices les plus pures. Toute tradition est un héritage, un legs à recueillir et faire fructifier : le présent tourne autour du passé immobile qui est la véritable matrice du futur. Le temps du chant est hors du temps, car le moment du chant est ontologique. C’est ainsi qu’il nous faut écouter Dervenn, comme le déploiement spiralé du souffle où les sons donnent lieu à une harmonique vibratoire unifiante. Tradition retrouvée des temps anciens, revigorée par la virilité d’une mélodie d’aujourd’hui. Le CD se compose de treize morceaux. Les paroles des textes sont en breton ou en français, mais la voix de Thierry Jolif, à la fois grave et légèrement assourdie, les rend presque inaudibles, ce qui donne l’impression étrange d’une langue à la fois familière et inconnue. L’instrumentalisation concilie avec brio les instruments traditionnels (cornemuse, flûtes, bodhrán, hautbois breton) classiques (piano, contrebasse) ou modernes (guitare acoustique et électronique, synthétiseur). Cette musique est pur émerveillement, elle nous oriente vers le saint sang du silence, vers le Centre silencieux de tout rayonnement. Même si, hommes ordinaires, l’image du Graal nous demeurera sans doute à jamais interdite, il y a toujours l’Être lui-même qui se donne à entendre. Entendre l’Être sonore, telle est l’expérience d’écoute inouïe que nous offre Gwad Roueel, comme le firent les plus authentiques troubadours. Mais il faut oser partir et l’auditeur doit aussi se mettre en aventure. Chaque âme rend un son, à la limite du langage, à l’orée du Verbe, qu’elle émet seulement si elle prend la route ; alors elle rencontre l’autre voyageur qu’elle reconnaît à sa sonorité intime.
Alain Santacreu



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